Il gigantesco abbaglio

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L’uccellino si spaventò e rimase a guardare quell’unico spazio tra le grate che non rigava il cielo, piegò la testa verso di noi e saltellò sul bordo, titubante, intimorito.
Compì un volo di pochi metri, rimase sospeso per aria e cadde in picchiata sull’asfalto compiendo un paio di ruzzoloni.
Zampettò confuso, emise brevi cinguettii prima di decollare e guadagnare l’altezza, sbatteva le ali con sforzo e la sua traiettoria, a tratti, perdeva vigore e lo faceva scendere di qualche metro.
Lo vedemmo appoggiato vicino al guardrail, dalla parte opposta della pompa di benzina. Un puntino marrone che ansimava, un ciuffo di piume sporche, un cuoricino che batteva all’impazzata.
Rimanemmo immobili, accanto alla sua gabbietta e ci stupimmo nel vederlo tornare in velocità ad aggrapparsi al ferro arrugginito della sua prigione. Emise un gorgheggio sgraziato e ritornò nella gabbia.

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